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La vita del punto e virgola, ai tempi di Facebook
11/10/2018|L'EVENTO

La vita del punto e virgola, ai tempi di Facebook

Illustrazione di Michel Chabaneau
parole di Matteo Sarlo

Esce Questione di Virgole di Leonardo G. Luccone. La storia del punto e virgola al tempo delle emoticon. Non un manuale di semiotica ma il tentativo di un uomo di mettere al riparo dalla catastrofe qualcosa che ama.

C’è questa storia della lingua italiana che si sta imbarbarendo. Il congiuntivo, gli inglesismi, le emoticon. Sinonimi, niente. Un processo inarrestabile. Passano gli anni, e sempre peggio. Quando si tenta di spiegare il perché di questa inarrestabile barbarie, la risposta inizia sempre più o meno così: è che ormai nei messagginiche poi nelle chatperché poi con questi sociali ragazzi
E soprattutto, la punteggiatura.

Leonardo G. Luccone, uno che ha tradotto John Cheever e F. Scott Fitzgerald, ci ha scritto un libro: Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto. Non si tratta di un saggio bacchettone. O di una lezione di semiotica. È piuttosto la storia di come cambia il mondo a mettere le virgole nel posto sbagliato.

C’è una battuta famosa tra i linguisti americani che chiarisce un po’ il punto:

  1. Let’s eat, Grandma
  2. Let’s eat Grandma

Nel primo caso il mondo è un posto in cui nonna e nipote si siedono a tavola e mangiano insieme. Nel secondo caso il mondo è un posto con una nonna in meno e un nipote cannibale.

C’è poi anche la versione italiana, e fa così:

  1. San Francesco dormiva con una vecchia coperta di pelo
  2. San Francesco dormiva con una vecchia, coperta di pelo

Nel primo caso il mondo è un posto dove San Francesco riposa al caldo. Nel secondo caso, sorvoliamo.

Insomma, e questo il primo stereotipo che Luccone si diverte a smontare, le virgole non si mettono per una questione di respirazione. È una questione strutturale, portante, oggettiva.
E se poi uno ha il fiato più corto perché, per dire, ha fatto meno jogging?

Ecco, Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto ti dice dove metterle, anche se non hai mai comparto delle Saucony.

Ma perché imparare? Del resto, secondo Matthew J.X. Malady, columnist di Slate, le virgole sono come il ketchup e la mostarda sull’hamburger. Ci stanno bene, ma puoi vivere tranquillamente senza.

Anche Luccone concede:

si vive benissimo senza, si vive benissimo senza usare bene il punto e virgola, anzi si sta da dio usando perfino male il solo punto e la sola virgola. La verità è baricentrica a tre atteggiamenti contrastanti: considerare la punteggiatura qualcosa di così personale da non sentire la necessità di regole (una legittima espressione di sé, quindi non attaccabile, non negoziabile); considerare la punteggiatura null’altro che un elemento decorativo; sentire la necessità di un sistema condiviso di segni ordinatori.

Poi arriva la quarta verità, quella sua:

la punteggiatura è una parte tangibile della scrittura. La punteggiatura è il quadro dove sta il testo; minimizzando, è la cornice comprensiva dei chiodi che tengono la scrittura alla parete.

E vagli a dire che non è così.
Sulla questione delle virgole prima delle e, poi:

Qui si fa a botte. A quanti di voi frulla ancora per la mente la regoletta sulla virgola prima della e che ci inculcavano alle elementari? (Dico «ci», ma devo confessarvi che a me non è successo. Più che alto perché credo che l’ottima maestra Tucci non abbia mai spiegato le virgole, o io ero assente, o altrove, o non me lo ricordo, ma facciamo conto – visti gli schiamazzi sull’argomento – che anche io sia stato traviato come la maggior parte di voi.) Sono sicuro, intendo che vi abbiano imposto un comportamento per l’ultimo elemento di un elenco.

Naturalmente i fattori che determinano la presenza di una virgola prima di una congiunzione sono:

  1. Cambio del soggetto nella proposizione coordinata
  2. Volontà di dare particolare enfasi a ciò che viene detto nella proposizione coordinata
  3. Volontà di dividere in modo un po’ più marcato i segmenti della frase o del periodo.

Ma non è tanto questo. Queste sono le regole. È quello che fa dopo che ti diverte da matti. Quello che compie è una vera opera di archeologia. Prende e ti mette davanti tutta una serie di passaggi di in ordine: Calvino, Manganelli, Palazzeschi, Franchini, Ammaniti, Manzoni, Pasolini, Mari.
Ecco, il periodo di Mari che Luccone ha scelto è bellissimo. Ed è questo:

Avevamo dei vicini, i Baldi. La loro casa aveva un piano in meno della nostra, era più nuova e più piccola, e anche più brutta.

Ecco, è in questo tipo di scelta, nella cura con cui te lo immagini stilare la lista, che si sente la passione che l’autore ha nei confronti di questi minuti segni grafici. Quella che gli ha fatto scrivere il libro e che lo fa correre in libreria ogni volta che esce una nuova grammatica (confessione sua, capitolo «Ve la do io la punteggiatura»).

C’è un passaggio in cui Luccone scrive:

sapete perché gli ebook non avranno mai successo? Perché non permettono quell’atto d’amore necessario che è il possesso delle parole. Vedete, allora, che c’è una parte di noi (tutti, mi auguro) che vuole toccarle, stropicciare la carta che le contiene, segnare qualcosa a margine. Riappropriamoci delle nostre parole, e dei binari che le fanno scorrere felici. Avviciniamoci alla punteggiatura con un po’ di sprezzante curiosa allegria.

D’accordo, forse un po’ naïf. Ma è una questione di posizione. C’è chi, di fronte alla catastrofe, si lascia andare al flusso. E chi tenta di mettere al riparo le cose che ama.


Matteo Sarlo è nato a Roma nel 1989, dove vive e lavora come Editor. Nel 2018 ha pubblicato Pro und Contra. Anders e KafkaHa scritto per diverse riviste filosofiche, di critica cinematografica, viaggi, cronaca e narrativa urbana.

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