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«Tredici», la Polaroid e la Moda dell’Instant Camera
10/07/2018|L'ANALISI

«Tredici», la Polaroid e la Moda dell’Instant Camera

illustrazione di Matteo Sarlo
parole di Lorenzo Di Maria
Dalle Polaroid alle Fujifilm alla Leica Sofort. Ma si tratta davvero di un nostalgico ritorno alla carta?

Una fotografia cade a terra dall’armadietto. Qualcuno la raccoglie. Sopra, l’immagine di un ragazzo e una ragazza ubriachi. Dietro, una frase: “Hannah non era l’unica”.

Si tratta di una delle prime scene della seconda stagione di 13 Reasons Why, una delle serie Netflix del momento, divenuta già un cult. Le vicende ruotano attorno ad Hannah Baker, giovane studentessa morta suicida a causa degli atti di violenza e bullismo che subiva. La sua versione dei fatti, il racconto della sua vita e l’elenco dei tredici motivi che l’hanno condotta alla tragica scelta di togliersela sono affidati ad audiocassette. Ma Hannah, appunto, non era l’unica a subire soprusi. Ed ecco che nella seconda stagione nuovi elementi, intrecci, misfatti vengono alla luce. Ma in questo caso a testimoniare l’accaduto sono delle polaroid.

Tornate alla ribalta, dopo l’eclissi subita negli anni dell’esplosione della fotografia digitale, le celebri fotocamere istantanee offrono nuove possibilità diegetiche in virtù del loro possedere caratteristiche e dunque capacità negate alla fotografia digitale. L’utilizzo che se ne fa in Tredici ci permette così di tornare a porci domande sul ruolo della fotografia nell’epoca del trionfo delle immagini e sulle trasformazioni che l’idea di fotografia ha subito attraverso la sua digitalizzazione. Una prima domanda quindi potrebbe essere sul perché la serie Netflix abbia affidato alle polaroid, in quanto supporto fotografico analogico/cartaceo, la funzione di testimonianza diretta del vero.

Il certificato di presenza
Per fornire una prima risposta a questa domanda, è opportuno riferirsi ad un testo cardine dell’elaborazione filosofica sulla fotografia, La camera chiara di Roland Barthes. Per il pensatore francese «ogni fotografia è un certificatore di presenza». Ciò che vediamo in foto è stato lì, davanti all’obbiettivo, nel momento dello scatto. Ma Barthes scriveva nel 1980. Oggi, nell’epoca del digitale, vale ancora quel certificato di presenza?

Al contrario, ogni certezza in tal senso risulta abbattuta: l’artificio, la falsificazione, è sempre dietro l’angolo. Oggi esistono migliaia di app per cellulare o programmi per il computer che permettono di ritoccare le foto in post-produzione. Dal brufolo che scompare dalla guancia fino al proprio corpo che riappare dalla parte opposta del mondo. La fotografia digitale, spesso, mente, perdendo così il suo valore di testimonianza. Diverso è invece il discorso per quel che riguarda la fotografia analogica. Eppure anch’essa non è esente da manipolazioni. Pur limitati di fronte all’onnipotenza di Photoshop, trucchetti di intervento sul negativo esistono almeno da quando esiste la fotografia.

Chiariamo: non si sta qui dicendo che la fotografia sia pedissequa aderenza al reale esterno e che in tal senso corrisponda necessariamente al vero. Come forma d’arte, essa è sempre e comunque una “manipolazione” della realtà, getto di luce direzionale per lasciar fuori o nell’ombra ciò che non vogliamo raffigurare. Barthes, in quel punto del testo, si limita al semplice statuto di testimonianza schiacciante che la fotografia può possedere. Le sue menzogne possono spingersi fino a un certo punto: davanti al soggetto fotografato, alla sua presenza, a quella fatticità che va al di là delle contingenze e degli accidenti, devono fermarsi. Per questo proposito diventano fondamentali le Polaroid. Punti, miri, metti a fuoco, scatti, ed ecco la foto venir fuori istantaneamente: non avremmo neanche il tempo materiale per il ritocco. Tutto ciò rende la foto polaroid il più autentico ed efficace strumento di attestazione del reale fotografato. Quella in essa incorniciata è realtà a tutti gli effetti.

La tecno-nostalgia
Dopodiché Barthes aggiunge: «Nella fotografia io non posso mai negare che la cosa è stata là. Vi è una doppia posizione congiunta: di realtà e di passato». Questo giustifica il ruolo diegetico assunto in Tredici dalle polaroid: testimoni di fatti reali anche se passati. Del resto, cos’è che rende la fotografia parte integrante delle nostre vite se non la sua capacità paradossale di rappresentare un passato che, per il fatto di esser stato immortalato, non passa più? Ma possiamo partire da questa citazione per intenderla anche in un altro senso, quello della tecno-nostalgia, evidente in Tredici e cavalcata da Netflix in serie come Stranger Things e, in altro senso, Black Mirror. Dietro la scelta meta-narrativa di una strumentazione analogica c’è infatti anche la considerazione tecno-nostalgica per antonomasia: la verità non può che risiedere nel già-stato.

Anche per il filosofo tedesco Martin Heidegger, la verità è tradizionalmente sempre aletheia, letteralmente “non-nascondimento”. Il vero presuppone cioè sempre uno scavo archeologico, un far riemergere dalle sabbie, dal sedimentato, uno scoperchiare. Questo proprio in virtù del fatto che l’uomo non riesce ad assumersi interamente la responsabilità del suo esserci, della sua fatticità presente. Il presente, proiettato all’avvenire, è sempre fonte di angosce ed ansie, privo di certezze metafisiche e riferimenti stabili. Per questo siamo naturalmente portati ad intendere il presente sempre come prodotto del passato, avvinghiati al suo cordone ombelicale. Il vintage del resto si afferma proprio in virtù dell’esigenza di un ritorno ad una genuinità perduta, ma riattualizzabile. L’appartenere ad un’epoca diversa è già di per se stesso, in relazione al binomio barthesiano realtà-passato, criterio di autenticità. Se poi si relaziona questo al fatto che si viva nell’era del digitale, ecco che tutto ciò che si può toccare con mano, tutto ciò che fornisce una materialità perduta, torna ad assumere un ruolo-chiave a livello socio-culturale. Ma tutto ciò solo per incapacità di affrontare il presente, fuggendo in un passato che, chiuso, finito, determinato una volta per tutte, eppure eternizzabile, ha un che di rassicurante.

La moda instant
Come potevano i mercati lasciarsi scappare un’occasione così ghiotta dal momento che viviamo indubitabilmente nell’epoca dell’immagine e che risulta semplicissimo celare l’attualità dietro la maschera della nostalgia? Ed ecco che regalare una Polaroid, nel 2018, diventa un fenomeno di massa, una moda. È di pochi giorni fa il post pubblicato su Instagram da un noto youtuber, Guglielmo Scilla, in cui racconta di aver ricevuto in regalo una Polaroid e di come sia stato costretto ad entrare in un mondo del tutto diverso, rispetto a quello della fotografia digitale da smartphone: si pensi solo al fatto che otto sono le cartine di pellicola fotosensibile inseribili in queste macchinette. Nulla a che vedere con i potenzialmente infiniti tentativi di selfie offertici dai nostri cellulari. C’è un’esigenza selettiva che ci costringe a cogliere il momento da immortalare tra gli infiniti immortalabili, l’istante davvero significativo, da conservare e incorniciare.

Polaroid Vs Smartphone.
La falsa antinomia
Ma siamo sicuri che sia proprio così? Siamo sicuri di questa abissalità che si spalancherebbe tra la Polaroid e gli smartphone? Siamo sicuri, innanzitutto, che i limiti strutturali della Polaroid costringano davvero alla ricerca del momentum? Dipende da cosa intendiamo per momentum in fotografia. Henry Cartier-Bresson ha sostenuto: «La fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento». Il momento significativo dunque ha a che fare con un evento, con un contenuto rappresentato, quello che Barthes chiamava studium. Il punto però è che quell’evento deve esser colto nell’istante preciso in cui dischiude il suo senso più profondo, in cui contenuti e forma coincidono, in cui il significato si dà nell’immagine stessa e, sempre per citare Barthes, «mi punge (ma anche mi ferisce, mi ghernisce)». Il punctum, possibile solo nel momentum in cui forme disperse nell’empiria assumono – con Cartier-Bresson – un istantaneo equilibrio, una configurazione geometrica, non ha nulla a che fare con la Polaroid, chiamata sì ad una selezione significativa degli attimi da immortalare ma che resta ben al di qua della significatività del momento immortalato. E questo dipende non solo dall’assenza di velleità artistiche nella moda delle Polaroid, ma propriamente dalla contiguità assoluta rispetto alla concezione che dell’immagine fotografica abbiamo recepito dalla sua digitalizzazione.

Altro che profumo della carta
“Ah [sospiro] l’odore autentico della carta…ah [sospiro] quanto era genuino tenere quella fotografia sotto il braccio aspettando lo sviluppo dell’immagine”. Se il ritorno della Polaroid fosse davvero solo connesso alla pur grossa influenza della tecno-nostalgia sul nostro tempo e all’esigenza di materialità come suo epifenomeno, non si spiegherebbe come il mercato non abbia riproposto su larga scala le macchinette usa e getta o le grandi macchinette analogiche che hanno fatto la storia, magari in versione economicamente accessibile. La moda della Polaroid si spiega solo se si ripensa la celebre instant camera come uno smartphone ante-litteram. E un sospetto doveva venirci dal momento che il social network interamente dedicato alla fotografia, Instagram, ha per icona proprio una Polaroid.

Due elementi in comune su tutti: facilità di utilizzo e istantaneità. Non c’è nella Polaroid nulla da regolare davvero, non c’è la fatica dell’individuare il giusto rapporto tra tempo d’esposizione, apertura del diaframma e ISO. Non c’è la fatica dell’imparare la teoria e sperimentarla sul campo; non è necessario, per citare Bresson, fare diecimila foto prima che ne venga bene una. Impugni, scegli tra lighter e darker, metti a fuoco, scatti. Nulla di più facile: come scattarsi un selfie. Ed esattamente come la foto scattata col cellulare, anche la polaroid vive di istantaneità, perché offre, come il cellulare, la possibilità immediata di vedere come siamo venuti. Non c’è un heideggeriano-bressoniano lasciar-essere la fotografia, non c’è ricerca alcuna di quella “compassionalità” necessaria per cogliere il momentum: la fotografia viene ridotta ad un ruolo meramente strumentale di specchio, a semplice ed efficace estensione dei nostri corpi sovra-esposti, un lago a portata di mano per il Narciso ultra-contemporaneo. Non tanto dunque nel concetto di “polaroid” quanto all’origine della sua nuova diffusione massiva sta la stessa esigenza di rapidità e semplicità, riflesso e immediatezza, che caratterizza il mondo contemporaneo.

La fotografia dunque come specchio di una società che ha bisogno di riflettersi ad ogni istante, non per individuare i difetti ma per tentare di coprirli magari con qualche filtro IG, non per cogliere le lacerazioni ma ammantarle con composizioni. Non più equilibrio evenemenziale delle forme ma bellezza imperativa, non più significato “pungente” ma rapide immagini-di-sé che si affastellano e sono, barthesianamente, sempre il solito studium. Immagini trasparenti in una società trasparente, che non nasconde nulla agli altri proprio in virtù della negazione di ogni dentro, che si mette in mostra, si espone in vetrina e lascia che quell’immagine coincida col proprio Sé e lo conservi in quanto tale, grazie alla digitalizzazione, universalmente ed eternamente.

Non è forse vero del resto che dopo aver scattato una polaroid viene voglia di rifotografarla con lo smartphone e condividerla su Instagram?


Lorenzo Di Maria è laureato in Filosofia con una tesi sulla fine della storia e del politico in Alexandre Kojève. Ha pubblicato articoli per Lo Sguardo e Players e PopMag

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